Pagine

giovedì 10 novembre 2016

Lungimiranza

La Prima guerra mondiale venne accolta dalla gran parte degli schieramenti in campo con entusiasmo ed eccitazione.
Trasversale ai partiti e ai movimenti fu lo slancio con cui venne incoraggiato il conflitto.
Si credeva sarebbe stata una guerra breve. Un conflitto che avrebbe risanato alcune fratture sociali, dato lustro agli stati e agli imperi coinvolti, ricompattato popoli e modernizzato l'Europa tutta.

Fu invece la prima grande frattura del Novecento che vide protagonista il continente, una tragedia di popoli e di vite, uno strappo insanabile che avrebbe prodotto, tra gli altri, i fascismi degli anni a seguire; un imprinting di odio e violenza che avrebbe marchiato il pensiero e la cultura europei.

Nei giorni prima dello scoppio della guerra, tra gli entusiasti e gli esaltati poche voci di preoccupazione provarono a farsi sentire.

Giuseppe Scalarini
Tra questi Giuseppe Scalarini, vignettista socialista, antimilitarista, antinterventista e pochi altri, dimostrarono con le loro caricature e immagini, una notevole lungimiranza e capacità di analizzare il proprio tempo, accusando da subito gli interventisti di condurre i propri popoli ad una carneficina mai vista.
http://www.scalarini.it/it/home




Gabriele Galantara
Giuseppe Scalarini

domenica 23 ottobre 2016

Presente imperfetto

"Forse quello che riunisce, drammaticamente e brutalmente, questa comprensione della molteplicità del passato e del presente è la figura del migrante contemporaneo. Infatti, se il concetto di migrazione è più direttamente associato con il fenomeno socio-economico della migrazione fisica delle persone dal cosiddetto sud del mondo, ci si confronta anche con una sfida politica e storica molto più ampia. La stessa sintassi dello stato, della nazione, della cittadinanza e dell'identità, è direttamente contestata dalle storie clandestine del migrante e dalla sua presenza "illegale" e "fuori posto". I meccanismi che apparentemente ci fissano nella nostra "casa" sono qui drammaticamente esposti in tutta la loro violenza arbitraria. Inciso sul corpo del migrante contemporaneo non è solo il potere delle leggi moderne di ispirazione europea che regolano il suo stato, spesso trasformando la sua soggettività in oggetto di "illegalità", ma anche la firma involontaria di un passato coloniale. Qui la migrazione complessivamente più sistematica e violenta degli europei verso il resto del pianeta nell'arco di secoli, ormai dimenticata e mascherata nella storia del "progresso", ritorna a investire il complesso coordinamento del presente.
Siamo trascinati in un archivio brutale in cui l'espansione coloniale, l'appropriazione violenta, la riduzione in schiavitù e la migrazione diventano anche le coordinate della realizzazione della cittadinanza europea  e dello stato-nazione moderno"

Iain Chambers, dalla prefazione

"Presente imperfetto. Eredità coloniali e immaginari razziali contemporanei", a cura di Giulia Gerchi e Viviana Gravano, Mimesis, 2016

domenica 31 luglio 2016

Dei tempi dello scrivere e dei tempi del vivere

Oggi su La Lettura, l'inserto domenicale del Corriere della Sera, l'apertura è di Marco Missiroli.
L'autore parte dalla propria esperienza di scrittore e si interroga sui tempi dello scrivere e sul rapporto tra produzione personale e tensione alla pubblicazione. Scandaglia la grande angoscia, quella nella quale hanno annaspato molti grandi autori, la paura del vuoto, la perdita dell'ispirazione, la lenta marcia verso l'oblio.

"Affrettati, spicciati, datti una mossa. E io nel mio piccolo penso di nuovo al buon James, a come magari si accarezzava l'occhio malandato nel momento dell'assalto, e penso a Ernest e a Emmanuel, alla truppa che ha il terrore del vuoto ma che non teme di starci dentro fino al collo"





 Dai tempi editoriali lo zompo ai tempi della vita è immediato. Da un po' accarezzo l'idea di raccogliere articoli e libri, a partire da angolazioni e campi diversi, che mettano al centro della riflessione la questione del tempo, del nostro tempo di vita, quello che immoliamo al lavoro, alla frenesia dei nostri affannati tempi urbani. E ritrovo in questo bell'articolo, biografico ma non solo, quello spunto, quella scintilla. Perché forse la prima rivoluzione da compiere è proprio quella sui ritmi. Ricordo all'epoca (sembra un'era fa, un'altra galassia), la battaglia per le 35 ore settimanali, che in fondo, altro non era che la rivendicazione del nostro tempo personale, la richiesta di non sacrificare la propria esistenza alle logiche di produzione e di mercato, ma la possibilità di scegliere cosa fare del proprio tempo di vita. Quella battaglia, che in fondo era significativa ma non rivoluzionaria, che oggi sembra preistoria e rimanda ad uno spazio che non è più percorribile, ci ricordava anche che la frenesia di cui eravamo e siamo vittime, che la vocazione al consumo e alla produzione, riduce il nostro tempo su questo pianeta, e lo devitalizza. Deleghiamo il nostro tempo ad altri, e pian piano erodiamo la nostra libertà, che è quella di poter disporre liberamente del proprio tempo.
Ritrovo in questo articolo semplici parole d'ordine attorno alle quali forse dovremmo ricostruire  la nostra grammatica di vita: rinuncia, sottrazione, vuoto.
Uno spazio bianco, una stanza sgombra, la rinuncia al superfluo. Un pomeriggio d'ozio, senza colpa, senza affanno. Distesi a letto e rimirare le crepe del soffitto. Un tempo fatto di niente, svuotato di materia e per questo denso di significato. Sottrarsi semplicemente a ciò che non ci piace, a ciò che ci rende schiavi, che logora il controllo su di noi. Diminuire la produzione significa privilegiare la qualità a danno della quantità. E attorno a noi ruota il troppo, il tanto. Siamo intasati e il nostro tempo sfugge tra le pieghe dei nostri impegni, del nostro lavoro spesso frustrante e alienante. Rallentare vuol dire anche prendersi il tempo per riflettere, per elaborare, ascoltare il nostro corpo che metabolizza parole, fatti e immagini. Fermarsi, non un colpa, una necessità.


domenica 17 luglio 2016

Estate e storie di fantasmi

"Miss Caine dovete smetterla. Pensate a dove vi trovate."
"Mi trovo in un edificio di mattoni e malta. Costruito da uomini."
"Non posso più stare ad ascoltare" gridò: finalmente aveva perso la pazienza. (Era quello che volevo? Provocare una reazione umana e non spirituale in quell'uomo inetto?) Dovete andarvene da qui se non siete in grado di esprimervi con il rispetto..."
Mi alzai bruscamente dal banco e lo guardai dall'alto in basso, frustrata, "Voi non siete là, padre" esclamai. "Io mi sveglio a Gaudlin Hall, passo gran parte della giornata lì, ci dormo la notte. E in tutto questo c'è un solo pensiero che mi passa per la mente..."
"Ossia?"
"Quella casa è posseduta."

Inghilterra vittoriana, una giovane educatrice zitella, un padre morto a causa di una lettura pubblica di Charles Dickens.
Questo l’inizio, l’humus dal quale si sviluppa la storia di fantasmi elaborata da Boyne. Un contesto perfetto: una Londra di fine ottocento velata da una coltre lattiginosa e irriducibile di nebbia da cui parte la vicenda di Eliza Caine, giovane insegnante appena ventenne, orfana di madre e devotissima al padre il quale ricambia affettuosamente il suo amore filiale. Non bella Eliza, ormai rassegnata ad una vita da zitella, si è costruita con caparbietà una routine di gesti, azioni e contesti che rendono la sua umile vita tranquilla e vagamente sonnolenta. Una serenità semplice e senza pretese, una vita sottovoce, qualche rimpianto cacciato sotto il tappeto di tanto in tanto, serate di lettura davanti al caminetto con il padre accanto e la stanza immersa nell’odore di pipa e di cannella.

Ma poi arriva Dickens a spezzare questa catena di placida abitudinarietà e una serata a lui dedicata nella quale lo scrittore sarà protagonista di letture e racconti.
Il vecchio, grande lettore ed estimatore dello scrittore, decide che l’incontro con il padre di Oliver Twist è ghiotta e imperdibile occasione: inutili le insistenze della figlia che fa leva sulle sue precarie condizioni di salute. Obiezioni che invece avrebbe dovuto seguire: di ritorno dalla notte londinese, fradicio e infreddolito, viene colto da violenti accessi di tosse, accompagnati da una febbre altissima. A nulla valgono le cure della figlia e del medico chiamato d’urgenza; il vecchio Caine muore nel suo letto qualche giorno dopo.
Per Eliza il colpo è durissimo: ormai rimasta da sola, la bolla di affetti e sicurezza che aveva cadenzato le sue giornate si rivela un abisso dentro al quale la giovane donna fa fatica ad affacciarsi. È con questo stato d’animo che decide di rispondere ad un annuncio di giornale nel quale cercano urgentemente un’istitutrice a Gaudlin Hall, nel Norfolk. L’annuncio è piuttosto sommario e a tratti confuso, ma cattura l’attenzione di Eliza che senza troppe considerazioni si licenzia dalla scuola nella quale insegnava, prende le valigie e parte.
E qui il libro entra nel colmo della sua atmosfera: una vecchia casa aggrappata ad una collina ai margini del piccolo villaggio di campagna, due bambini che sembrano già vecchi quali unici abitanti del castello, un segreto che sembra scorrere sottoterra, abitanti silenziosi e diffidenti. E una catena di incidenti mortali che nell’arco di pochi mesi hanno falciato le giovani vite delle precedenti istitutrici.

Una storia di fantasmi come si deve, insomma, che si muove in un contesto tipico ma non banale, supportata da una prosa che per eleganza, cura e ironia ricalca volutamente i romanzi di Jane Austen. Non un romanzo eccezionale, intendiamoci, e nemmeno indimenticabile, lontano dalla bellezza e dal carattere sofisticato delle opere di Shirley Jackson, ma una storia piacevole e ben costruita.
Una lettura estiva, credo si dica così, e per chi, come me, adora le storie di case infestate nell’Inghilterra vittoriana, non c’è alcun buon motivo per perdersi questo libro.
La casa dei fantasmi, narrato in prima persona dalla stessa Eliza, traccia il profilo di una donna, la protagonista, di grande sensibilità e fermezza, fragile ma al tempo stesso decisa e di grande coraggio. Fuori dagli schemi per l'epoca (eppure non grottesca, perfettamente inserita nel contesto in cui vive), cocciuta e risoluta, è capace di ignorare le voci e i suggerimenti che le ronzano attorno; forte della propria solitudine, non si abbassa alla morale comune, intenta a seguire la propria attitudine e sensibilità. Il libro sottolinea anche, senza appesantire la narrazione e senza alcuna velleità di morale o educativa, la bellezza e la forza delle relazioni di affetti, della coerenza portata avanti nonostante tutto e della cura dell'altro non come annullamento di sé ma come rafforzamento delle proprie passioni.

Per approfondire:

L'incubo di Hill House, Shirley Jackson,  Adelphi, 2004


domenica 5 giugno 2016

Razzismo e noismo

Continuano i consigli di lettura su Umanità Nova.
Questa settimana recensisco "Razzismo e noismo"
Ne potete leggere qui


domenica 22 maggio 2016

Il ghetto di Venezia approda a éStoria

Il 19 maggio si è inaugurata a Gorizia la XII edizione del festival èStoria, che quest’anno ruota attorno al tema “Schiavi”.
La seconda giornata di lavori si è aperta con un incontro dal titolo “1516-2016: dal ghetto di Venezia all’acquisizione della libertà religiosa. La società ebraica e i gentili” che ha proposto una riflessione sulla nascita e sugli sviluppi del ghetto di Venezia, in sintonia con gli appuntamenti creati in occasione del cinquecentenario dalla sua costituzione.
Il confronto, organizzato dalla redazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane in collaborazione con l’Associazione degli Studenti di Scienze Diplomatiche Internazionali di Gorizia, ha visto protagonisti tre storici di rilievo: Anna Foa, Donatella Calabi e Simon Levis Sullam che sono stati coordinati dal direttore della redazione UCEI Guido Vitale.

I tre storici sono stati chiamati a indagare l’esperienza del ghetto di Venezia nello specifico, le tracce che ha lasciato nella comunità ebraica e nei rapporti tra essa e la città, ma anche l’esistenza o meno di un paradigma perdurante nel tempo, una possibile chiave di lettura dell’attualità.


Ha aperto la discussione Anna Foa, storica dell’ebraismo, autrice di testi quali “Portico d’Ottavia 13” e “Andar per ghetti e giudecche” che ha focalizzato il suo intervento sul confronto tra il ghetto di Venezia e quello di Roma, inserendo le due esperienze nel contesto più ampio di quella che si può individuare e definire come l’età dei ghetti. Non vi è dubbio che le due esperienze furono molto diverse fra loro pur rappresentando il prodotto di una politica di separazione ed esclusione cui la comunità ebraica venne fatta oggetto: il ghetto di Venezia nacque dalla volontà dell’amministrazione comunale di trovare un modo per governare e controllare la presenza ebraica in città; a Roma, invece, il ghetto si costituì su pressione di papa Paolo IV Carafa, un papa inquisitore, simbolo della controriforma, e fu il prodotto delle spinte conversionistiche di cui gli ebrei furono oggetto. Il ghetto di Roma fu, continua Anna Foa, fortemente ideologizzato, basti pensare che all’esterno dell’area sorgevano numerose chiese e luoghi del cattolicesimo, quasi a ribadire, anche visivamente, che la chiesa cattolica apriva benevolmente le braccia ad accogliere quegli ebrei che decidevano di fuoriuscire dalla comunità. Diverso fu anche il rapporto, diremmo quasi urbanistico, tra il ghetto e la città: a Venezia gli ebrei furono costretti in un’area sconosciuta alla comunità, mentre a Roma venne perimetrata una zona che tradizionalmente aveva ospitato nei secoli gli ebrei, abitata e vissuta dalla comunità. Le relazioni tra ebrei e gentili nei secoli successivi alla segregazione nei ghetti subirono l’influenza delle peculiarità dei due contesti: il ghetto di Roma visse gli effetti di una stasi culturale generale, non vi fu circolazione fra comunità ebraica e società maggioritaria. Lo spazio del ghetto rimase congelato, non poté accogliere al suo interno elementi della città e non ebbe la possibilità di aprirsi ad essa. Fu la chiesa a indicare la direzione cui dovevano condursi i rapporti tra ebrei e società maggioritaria, enfatizzando quella separazione, sancita sul piano urbano, anche nella sua dimensione culturale. A Venezia, invece, avvenne il contrario: permase un’interazione proficua tra le due comunità tant’è che, all’apertura dei cancelli ogni mattina, ebrei e non ebrei si mescolavano tra loro intrecciando rapporti economici e culturali.

Se Venezia e Roma rappresentarono due volti di una medesima vicenda, si può dire che la stessa traccia di ambivalenza fu il connotato specifico dell’esperienza del ghetto nella sua generalità.
Anna Foa, nel corso del suo intervento, ha illustrato come, a partire da una volontà segregativa tutt’altro che benevola, ci furono, in ogni caso, delle ricadute positive di cui la stessa comunità ebraica poté beneficiare: il ghetto permise il consolidamento e il rafforzamento di strutture sociali e istituzionali attorno a cui la comunità si organizzò e compattò, e si caratterizzò quale spazio di una certa libertà di azione nella sfera culturale che rinfrancò la consapevolezza della propria identità ebraica. Infine, specie nel caso veneziano, il ghetto fu culla di multiculturalismo, ospitando fra le sue mura ebrei di diversa provenienza e tradizione: sefarditi, ashkenaziti, marrani…
All’ampio intervento di Anna Foa si unisce quello di Donatella Calabi, autrice del libro “Venezia e il ghetto”, storica dell’architettura e curatrice della mostra sul cinquecentenario del ghetto che si inaugurerà il prossimo 19 giugno a Palazzo Ducale.

Anche Donatella Calabi si sofferma su un’analisi comparativa delle due realtà urbane, sottolineando
come i due ghetti risentirono ampiamente dei ruoli diversi che le città ebbero nel contesto europeo: si pensi che Venezia, all’epoca, era considerata “il centro dell’economia mondo”, secondo una definizione dello storico Fernand Braudel diffusasi a partire dagli anni ’50 del novecento. Proprio a seguito di questa posizione di rilevanza che la città assunse nei secoli, l’amministrazione comunale individuò nella minoranza ebraica un nucleo da preservare e trattenere in città, perché portatore di una ricchezza culturale ed economica irrinunciabile. “Gli ebrei ci sono utili”, affermarono le istituzioni, e questa fu la necessità che prese forma a partire da due direttive parallele che giungevano entrambe all’individuazione del ghetto quale soluzione urbanistica e sociale efficace: il ghetto rispondeva sia alla volontà di amministrare e fissare la presenza ebraica in città, sia permetteva di gestire, attraverso dinamiche di controllo e governo, gli eventuali conflitti di cui inevitabilmente le diversità erano portatrici. Questa strategia, sottolinea Donatella Calabi nel suo intervento, venne applicata anche ad altre minoranze presenti sul suolo veneziano, come i turchi e i tedeschi.
Il ghetto di Venezia, che per la sua conformazione fisica si costituiva come un’isola circondata da canali, veniva monitorato e controllato dalle guardie a bordo di barconi, supervisionando la chiusura e l’apertura dei cancelli che avveniva puntualmente ogni giorno ai rintocchi della Marangona, alle sei di mattina e poi a mezzanotte. Questa bolla di sicurezza permise il mantenimento, all’interno del ghetto, di abitudini e tradizioni e la salvaguardia dell’identità ebraica.


Se le due relatrici hanno posto l’accento sugli effetti positivi in termini di identità e tradizioni innescati dalla costituzione dei ghetti, Simon Levis Sullam invece concentra il suo intervento sulle criticità di cui l’istituzione del ghetto fu portatrice, sottolineando come esso scaturì da una chiara volontà istituzionale di marginalizzare ed escludere dal tessuto sociale la comunità ebraica. Raccogliendo le suggestioni delle due storiche, Levis Sullam propone alcune possibili piste di riflessione che coinvolgono soprattutto l’attualità.
Il ghetto fu uno spazio di esclusione sociale e a questo proposito lo storico cita il libro di David Forgas “Margini d’Italia” che individua come aree periferiche della nazione tutti quei luoghi che sono stati consapevolmente e secondo preciso disegno politico e sociale posti lontano dagli sguardi e dalla narrazione pubblica: il sud Italia, le baraccopoli, i campi nomadi, i manicomi. L’allontanamento e la segregazione dell’altro da sé sono risultati funzionali alla definizione dell’identità collettiva della nazione che si è data una forma e dei contorni a partire dall’esclusione di alcuni gruppi sociali, dedicando loro luoghi e aree specifiche, secondo precise strategie urbane. All’interno di questa visione si inserisce l’esperienza del ghetto che diventa paradigma e supera le barriere temporali dell’esperienza storica e geografica per approdare all’attualità. La vicenda del ghetto migra nel tempo e, nella sua specificità ebraica, ritorna, mutando connotati, nell’Italia delle leggi razziali del 1938, e si fa di nuovo luogo e spazio segregativo durante il biennio 1943-45, quando è in atto la persecuzione delle vite e gli ebrei italiani vengono ghettizzati, per mano degli stessi italiani, nei campi di transito, in attesa di essere condotti a morte certa verso l’Europa dell’est.
Proseguendo la riflessione sul ruolo del ghetto quale territorio di emarginazione ed esclusione, lo storico lascia in sospeso alcuni interrogativi, il cui approfondimento risulta necessario per una lettura complessiva delle dinamiche sociali che attraversano l’attualità: quali sono i ghetti, oggi? Quali i gruppi a rischio, bersaglio di politiche di separazione?

La seconda traccia di riflessione proposta da Simon Levis Sullam fa i conti con un altro testo: “Orientalismo” di Edward Said. In questo libro l’autore indaga l’apparato di stereotipi e costruzioni culturali attraverso cui l’occidente ha letto, nei secoli, il mondo orientale, cristallizzandolo all’interno di categorie letterarie e culturali preconfezionate ed enfatizzandone differenze e lontananze. Tale separazione fra i due mondi si è tradotta in disuguaglianze, conflitti, discriminazioni e in una precisa volontà di controllo che l’occidente ha cercato di esercitare sull’oriente. Anche la rappresentazione del ghetto di Venezia ha subìto questo atteggiamento stereotipico, diventando autorappresentazione da parte della stessa comunità ebraica in chiave estetizzante. Il ghetto di Venezia, infatti, venne descritto come luogo dai tratti e dal carattere orientale, così come gli ebrei che vivevano al suo interno. Non vi è dubbio che l’orientalismo affonda nell’antisemitismo, stringendo con esso un rapporto consolidato fatto di rappresentazioni culturali e letterarie.
I tre interventi, armonizzati fra loro, hanno offerto spunti di riflessione aperti e sentieri di approfondimento ancora da percorrere, a partire dal ghetto studiato nella sua dimensione storica, linguistica e letteraria fino ad approdare ai temi centrali della contemporaneità.

Bibliografia 

  • Anna Foa, Portico d'Ottavia 13. Una casa del ghetto nel lungo inverno 1943, 2016, Laterza
  • Anna Foa, Andar per ghetti e giudecche, 2014, Il Mulino
  • Donatella Calabi, Venezia e il ghetto. Cinquecento anni del "recinto degli ebrei", 2016, Bollati Boringhieri
  • Simon Levis Sullam, I carnefici italiani. Scene del genocidio degli ebrei, 1943-45, 2015, Feltrinelli
  • Simon Levis Sullam, L'archivio antiebraico. Il linguaggio dell'antisemitismo moderno, 2008, Laterza
  • David Forgacs, Margini d'italia. L'esclusione sociale dall'Unità a oggi, 2015, Laterza
  • Edward W. Said, Orientalismo, 2001, Feltrinelli




martedì 10 maggio 2016

La frontiera

Chimamanda Ngozi Adichie,‭ ‬scrittrice nigeriana,‭ ‬ci mette in guardia dai rischi derivanti dalla‭ ‘‬storia a senso unico‭’ ‬e segnala come questa sia funzionale agli scopi del potere e dell’autorità:‭ “‬Mostrate un popolo come una cosa,‭ ‬come solo una cosa,‭ ‬più e più volte,‭ ‬ed è così che esso diventerà questa cosa‭”‬. Al contrario,‭ ‬ci suggerisce come una molteplicità di narrazioni sia in grado di incrinare stereotipi e pregiudizi e di rimandare alla dignità spezzata dei popoli. La frontiera di Alessandro Leogrande‭ (‬Feltrinelli,‭ ‬2015‭) ‬si pone proprio nel solco di questa riflessione,‭ ‬ricomponendo un mosaico di storie ed esperienze raccolte direttamente dalla voce dei migranti.‭ ‬Solo un pluralismo di voci può riportare la complessità del reale,‭ ‬solo se ci poniamo in ascolto possiamo arrivare a intravvedere le cause di quello che accade intorno a noi.

Continua a leggere qui