Pagine

mercoledì 9 agosto 2017

Lui era mio padre

Joann Sfar è un autore difficilmente catalogabile; lo apprezzo e lo attendo tra gli scaffali in libreria anche per questo. Talento poliedrico, nizzardo di nascita, classe 1971, conosciuto soprattutto come autore di fumetti ("Il gatto del rabbino" e "Se Dio esiste") è anche scrittore e regista cinematografico. 
Una creatività, la sua, difficile da imbrigliare, che per esprimersi ha bisogno di indagare le potenzialità di diversi codici comunicativi, da quello visuale al verbale.

Ho appena terminato “Lui era mio padre”, uscito quest’anno in Italia grazie alle Edizioni Clichy e lo palleggio tra le mani, indecisa sul da farsi. L’ho letto d’un fiato e masticato in un boccone, l’ho aperto e non l’ho più richiuso e ora mi pare di doverlo cominciare daccapo e con calma indugiare su alcune pagine, tra le righe di alcuni passaggi.
Mi trattengo e preferisco scrivere di getto alcuni pensieri a caldo, un po’ confusi perché il libro non ha una sua linearità. Ma mi permetterà, forse, di estrapolare con più efficacia la sostanza multiforme di questo testo.

Il libro è un lungo e articolato epitaffio scritto nei giorni successivi la morte del padre. A ripensarci, riesco a immaginarlo anche come una raccolta di frammenti, cocci sparsi di ricordi, memorie e istantanee; invece la sua forma finale corrisponde di più ad un monologo interiore, con i suoi saliscendi umorali, i suoi picchi di patos, la confusione ordinata che scaturisce dalla codificazione dei pensieri spezzati, morbosi, occasionali o ricorrenti, in una catena sintattica comunemente accessibile. L’autore non ha filtri, o almeno così sembra farci credere: pensa parla e scrive.
Orfano di madre dall’età di tre anni, un’esistenza a confrontarsi con la figura imponente e a volte ingombrante di un padre dalla personalità debordante, ebreo algerino, avvocato di successo e dongiovanni impenitente. 

“Ovviamente tutto era iniziato per la rabbia di non essere deportato. Era stata una questione di pochi giorni. Ma insomma, può creare un senso di colpa a vita. Hitler si era lasciato sfuggire gli ebrei di Algeria e con questa omissione si era fatto un nemico alla sua altezza: papà. Faccio notare che papà è nato l’anno in cui lo zietto Dolphi è diventato cancelliere: 1933. È anche l’anno in cui è stato scoperto il mostro di Loch Ness. E l’anno, infine, in cui usciva King Kong al cinema. Mio padre, mica roba da poco”

Un rapporto che l’autore ricostruisce con la perizia di un mosaicista (e la cura del regista di talento che seleziona e compone fotogrammi) affiancando e spesso sovrapponendo immagini, ricordi, in un dialogo serrato tra passato e presente, tra presenza e assenza, vicinanza e lontananza. Perché trovare la distanza adeguata cui guardare ai nostri genitori è sempre difficile. Movimenti millimetrici sono in grado di frantumare un equilibrio friabile che va periodicamente rinegoziato e calibrato.
L’autore impasta esperienze personali a ricordi famigliari e intesse la trama amara e liberatoria dell’elaborazione del lutto. Ripercorre la sua vita alla luce della figura del padre e ci regala alcuni attimi commoventi, ma non stucchevoli, di un legame solido e teso, mai scontato.

“Ecco cosa accade quando si perde il padre: non si ha più nessuno da sbalordire. Mio padre si è fatto sfondare la colonna vertebrale dall’estrema destra francese di Algeria quando difendeva gli arabi in sciopero. Il prefetto della polizia di Algeri è andato a trovarlo e gli ha detto << Lei se ne va in madrepatria >>. E papà ha risposto che spettava alle autorità francesi assicurargli una protezione. Ha discusso la tesi in legge scortato da due poliziotti, perché i futuri OAS volevano fargli la pelle”.

La figura paterna pone sul piatto della memoria e delle radici anche il confronto con l’ebraismo e il rapporto con dio, che parte dal Bar Mitzvah e arriva al dilemma se circoncidere o meno i propri figli. Un rapporto originale e fuori dagli schemi che ricalca in parte il dialogo con il padre, in tensione tra ammirazione e ingombro. Ebraismo significa soprattutto intrecci famigliari e, in questo contesto, l’autore regala piccoli ritratti coinvolgenti di pezzi della propria famiglia:

“Anche nonno Arthur, il mio nonno materno quando era ancora vivo mi ordinava <<Ti proibisco, ascoltami bene, ti proibisco di recitare la benché minima preghiera triste in mia memoria. Faccio già una fatica folle a capire perché sei monogamo, non aggiungere anche il bigottismo, altrimenti sarà morto per niente>>. Era un wunderkind, i bambini che in Ucraina sono destinati al rabbinato. Da quando aveva otto-dieci anni sapeva il Talmud a memoria. Ovviamente, la notte della sua morte, pregava in yiddish. Ma a me non ha mai detto nient’altro che: <<Non essere triste, bisogna ridere, bisogna amare>>”.

L’intera narrazione, così composita e imprevedibile, è sorretta da un umorismo che a tratti si vela di sarcasmo, che diventa traccia del passato e lente sul presente nel suo essere, a me pare, così spontaneamente yiddish. L’autore si spoglia, tra le pagine del suo libro, non esita a prendere in mano debolezze e pensieri sordidi; condivide con il lettore difficoltà e paure, quali ingranaggi di un complicato processo taumaturgico.
Mai apologetico, dunque, “Lui era mio padre” è un testo scritto per sé, una sorta di bolla di risarcimento con cui ricomporre i tasselli di rapporti spezzati o ambigui o semplicemente mutevoli. Non è per noi questo libro, è solo un regalo, intimo e privato, che scartiamo con cura e pazienza, lentamente, sbirciando tra le pieghe della carta.




mercoledì 26 luglio 2017

Le nostre anime di notte



“Lui consumò una cena leggera, soltanto un panino e un bicchiere di latte, non voleva sentirsi goffo e appesantito una volta a letto con lei, quindi fece una lunga doccia calda strofinandosi a fondo. Si tagliò le unghie delle mani e dei piedi e la sera uscì dalla porta sul retro e percorse il vialetto posteriore con un sacchetto di carta che conteneva pigiama e spazzolino da denti. Il vialetto era buio e i suoi piedi facevano un rumore fastidioso sulla ghiaia. Dalla casa sull’altro lato della strada proveniva una luce, vide una donna di profilo accanto al lavandino della cucina. Proseguì fino al cortile sul retro della casa di Addie Moore, ci entrò, superò il garage e il giardino e bussò alla porta posteriore. Attese un po’. Un’automobile percorse la via di fronte alla casa con i fari che brillavano. Sentiva i ragazzi delle superiori che salutavano suonando il clacson lungo Main Street. Poi sopra di lui si accese la luce della veranda e la porta si aprì”

In questa nitida istantanea vi è gran parte della storia di “Le nostre anime di notte” e dei suoi sviluppi. 
Sulla scrittura di Haruf non mi soffermo, perché lo hanno fatto in molti, ma ci tengo a sottolineare la straordinaria attitudine di questo autore a comunicare ad un pubblico molto ampio e composito attraverso una lingua asciutta e minimale, una narrazione per sottrazione, cesellata e scalpellata, frutto di un lavoro certosino di messa a punto. La forza di questo linguaggio a momenti quasi cronachistico sta nella capacità di cogliere con precisione ed equilibrio momenti di introspezione e di scandagliare, come un palombaro, i fondali dell’animo umano. Ma senza voyeurismo, senza alcuna punta di morbosità. È su questo terreno per lo più intimistico che si sviluppa “Le nostre anime di notte”, una narrazione a lume di candela, fatta di chiaroscuri privati e di sfumature velate appena percettibili. Un libro che sprigiona con misurata capacità il senso piccolo e personale del vivere, racchiuso in un pugno serrato appena e timidamente scoperto al buio dell’imbrunire.

La trama è immediata e semplice: Addie e Louis sono due vecchi abitanti della contea di Holt. Vivono nella solitudine di una vedovanza prolungata, i figli ormai lontani dal nido famigliare. Della solitudine ci si fa il callo, specie quando diventa quotidiano. Si fa compagna di giornate, detta il ritmo di una vita senza picchi né soprese. Ma c’è un momento nella giornata, durante il quale il vuoto si gonfia e il silenzio cala come nebbia nelle stanze di casa: la notte. La notte senza sonno, la notte fatta di letture a luce accesa, la notte che non passa, che trascina un tempo stirato, lento, farraginoso. Addormentarsi la sera, da soli, non è facile. La notte diventa pertugio attraverso cui i fantasmi di una vita risalgono in superficie.
Addie va da Louis a chiedere proprio questo: di attutire la morsa della solitudine che si stringe a partire dalle ore del tramonto. 

“Mi chiedevo se ti andrebbe qualche volta di venire a dormire da me”

La richiesta è semplice e dirompente allo stesso tempo. Spiazzante nella sua semplicità. Distesi uno accanto all’altro nel grande letto matrimoniale, avvolti dal buio notturno, a raccontarsi chi si è stati o ciò che si è fatto. Ancora una istantanea dai contorni puliti, di immediata ricezione eppure gonfia di poesia.

                   

Il prosieguo lo lascio alla lettura. Ancora un particolare, che aiuta a cogliere la grana di questo romanzo, le tinte seppia di cui esso è spennellato.
Haruf scrive a partire dalla cognizione della morte: è gravemente malato, sa che avrà a disposizione ancora pochi mesi da vivere e il tempo presente si sbriciola di giorno in giorno. Non si può ignorare questa condizione quando si ha tra le mani questo libro, si andrebbe a perdere una tonalità di gusto importante. Perché vi è al suo interno un senso di urgenza, non direttamente palesato o strillato, ma che sottende azioni, pensieri e dialoghi e che diventa strumento lenticolare attraverso cui leggere la vicenda di Annie e Louis. Un senso poroso di tempo passato, di occasioni mancate e di consapevolezza che lo spazio a disposizione per cambiare rotta si assottiglia poco a poco.
E infine, c’è il tempo che scivola lento sulle esistenze di Holt, che non accelera e non frena ma accompagna, come un fiume che scorre allo scorrere di stagioni e mesi. Un tempo, quello dei libri di Haruf, che mi pare aderisca al lento moto dei pensieri, al galleggiare di emozioni che non perdono mai la misura, che non esplodono né si infrangono, che non scalpitano né spingono, ma che affiorano in una superficie che le accoglie e che ne cura la sempre presente carica poetica.




mercoledì 19 aprile 2017

Svegliare i leoni

Gli autori israeliani difficilmente lasciano indifferenti: capaci di registri e timbri diversi tra loro, sono in grado di esprimere sempre una certa originalità e di offrire importanti spunti di riflessioni senza inciampare mai nella retorica fine a sé stessa.
In questi mesi in libreria si trovano alcune nuove uscite che personalmente mi hanno entusiasmato: la prima, di cui parlo oggi brevemente - perché ho timore di guastare il piacere di chi vorrà lanciarsi nella lettura - è la nuova fatica di Ayelet Gundar-Goshen, classe 1982, laureata in psicologia clinica all’università di Tel Aviv e impegnata nella lotta per i diritti civili.


Per chi mastica un po’ di letteratura israeliana, l’autrice fa parte della nuova generazione di autori (la vecchia, per intenderci, è quella di Oz, Grossman, Yehoshua), tra cui Assaf Gavron, Edgar Keret e Eshkol Nevo, che si è allontanata dalla tradizione dei padri e che con linguaggi innovativi ed una certa capacità di introspezione, è in grado di offrire visioni e scorci di Israele che illuminano contraddizioni e ruvidità di un paese difficile, sul quale spesso calano retoriche di generalizzazione e semplificazioni.
 
Il secondo romanzo di Ayelet Gundar-Goshen, pubblicato sempre da La Giuntina è Svegliare i leoni, ed è un’opera che non perdona e che non lascia indifferenti. Non perdona perché ti trascina nel suo flusso a partire dalle prime folgoranti pagine (è nelle prime dieci pagine che accade tutto) e non ti molla, ti capovolge e ti sbatacchia fino alla fine. Ti toglie lo sgabellino da sotto i piedi, stacca la maniglia dell’autobus su cui ti stavi reggendo, svita il piolo della scala su cui stavi salendo.
Si insinua negli spiragli lasciati inavvertitamente aperti della tua tranquilla e consolidata esistenza borghese, come un ladro che si infila nello spazio di una finestra appena aperta.
Eitan Green è un medico di successo, ma soprattutto è un uomo giusto, corretto e onesto. Tanto integerrimo che dall’ospedale di Tel Aviv è stato trasferito a Beer Sheva, città del distretto meridionale soffocata dalla sabbia del Negev, per aver denunciato un giro di tangenti in cui era coinvolto il medico primario. Un’esistenza lineare, cesellata con precisione da anni di studio e raziocinio. Fino ad una notte quando, terminato il turno all’ospedale, sale sulla jeep e si concede una fuga a tutta velocità lungo le dune del deserto. Cullato dal brivido di una innocua trasgressione finisce per investire un uomo. È un giovane eritreo che giace sulla sabbia con il cranio sfondato. Saranno una manciata di secondi, quando il medico affonda i suoi occhi nell’ ultimo sguardo sgranato del moribondo, a collocarsi davanti ad anni di scelte ineccepibili. Eitan risale sulla macchina e abbandona sulle dune il corpo morente dell’eritreo.
Il giorno dopo suona alla porta una donna; Eitan è a casa da solo e lei gli porge tra le mani il suo portafoglio, ritrovato accanto al corpo del marito investito.
Da qui l’autrice sviluppa una storia inarrestabile, giocata sul filo di diversi registri narrativi: dal romanzo psicologico al giallo. 
Gundar-Goshen indugia nei meandri dell’animo umano, scava all’interno della quotidianità e fa parlare il buio dei suoi personaggi, costruendo un romanzo corale splendidamente armonizzato. E accanto al lato oscuro di ciascuno di noi, l’autrice racconta anche le contraddizioni di un paese intero.
La sua è una narrazione che ha un’architettura raffinata e al tempo stesso originale e ben equilibrata. 
Un libro che si affronta d’un fiato, uno di quei romanzi che a leggerli ci si sente spugne pronte ad assorbire tutto ciò che si sprigiona pagina dopo pagina.

lunedì 20 marzo 2017

Ritratti in piedi

Come si compenetrano storia e letteratura e in che modo l'una e l'altra si arricchiscono a vicenda?
La seconda, spesso, si fa prisma della prima e ci aiuta nella lettura della complessità delle vicende storiche. La letteratura ci fornisce particolari e dinamiche che spesso sfuggono alla macro-storia, perché capace di mettere a fuoco le "storie minori", quei percorsi individuali che si immergono nel flusso principale degli eventi.
Sono infatti una serie di storie quelle che Massimo Ortalli ha messo in fila per noi: una serie di volti, di personaggi, di singole esistenze che la letteratura tra Ottocento e Novecento è stata in grado di dipingere e che contribuiscono a comporre l'affresco multiforme del movimento anarchico, delle sue idee e aspirazioni.

La recensione qui


giovedì 10 novembre 2016

Lungimiranza

La Prima guerra mondiale venne accolta dalla gran parte degli schieramenti in campo con entusiasmo ed eccitazione.
Trasversale ai partiti e ai movimenti fu lo slancio con cui venne incoraggiato il conflitto.
Si credeva sarebbe stata una guerra breve. Un conflitto che avrebbe risanato alcune fratture sociali, dato lustro agli stati e agli imperi coinvolti, ricompattato popoli e modernizzato l'Europa tutta.

Fu invece la prima grande frattura del Novecento che vide protagonista il continente, una tragedia di popoli e di vite, uno strappo insanabile che avrebbe prodotto, tra gli altri, i fascismi degli anni a seguire; un imprinting di odio e violenza che avrebbe marchiato il pensiero e la cultura europei.

Nei giorni prima dello scoppio della guerra, tra gli entusiasti e gli esaltati poche voci di preoccupazione provarono a farsi sentire.

Giuseppe Scalarini
Tra questi Giuseppe Scalarini, vignettista socialista, antimilitarista, antinterventista e pochi altri, dimostrarono con le loro caricature e immagini, una notevole lungimiranza e capacità di analizzare il proprio tempo, accusando da subito gli interventisti di condurre i propri popoli ad una carneficina mai vista.
http://www.scalarini.it/it/home




Gabriele Galantara
Giuseppe Scalarini

domenica 23 ottobre 2016

Presente imperfetto

"Forse quello che riunisce, drammaticamente e brutalmente, questa comprensione della molteplicità del passato e del presente è la figura del migrante contemporaneo. Infatti, se il concetto di migrazione è più direttamente associato con il fenomeno socio-economico della migrazione fisica delle persone dal cosiddetto sud del mondo, ci si confronta anche con una sfida politica e storica molto più ampia. La stessa sintassi dello stato, della nazione, della cittadinanza e dell'identità, è direttamente contestata dalle storie clandestine del migrante e dalla sua presenza "illegale" e "fuori posto". I meccanismi che apparentemente ci fissano nella nostra "casa" sono qui drammaticamente esposti in tutta la loro violenza arbitraria. Inciso sul corpo del migrante contemporaneo non è solo il potere delle leggi moderne di ispirazione europea che regolano il suo stato, spesso trasformando la sua soggettività in oggetto di "illegalità", ma anche la firma involontaria di un passato coloniale. Qui la migrazione complessivamente più sistematica e violenta degli europei verso il resto del pianeta nell'arco di secoli, ormai dimenticata e mascherata nella storia del "progresso", ritorna a investire il complesso coordinamento del presente.
Siamo trascinati in un archivio brutale in cui l'espansione coloniale, l'appropriazione violenta, la riduzione in schiavitù e la migrazione diventano anche le coordinate della realizzazione della cittadinanza europea  e dello stato-nazione moderno"

Iain Chambers, dalla prefazione

"Presente imperfetto. Eredità coloniali e immaginari razziali contemporanei", a cura di Giulia Gerchi e Viviana Gravano, Mimesis, 2016

domenica 31 luglio 2016

Dei tempi dello scrivere e dei tempi del vivere

Oggi su La Lettura, l'inserto domenicale del Corriere della Sera, l'apertura è di Marco Missiroli.
L'autore parte dalla propria esperienza di scrittore e si interroga sui tempi dello scrivere e sul rapporto tra produzione personale e tensione alla pubblicazione. Scandaglia la grande angoscia, quella nella quale hanno annaspato molti grandi autori, la paura del vuoto, la perdita dell'ispirazione, la lenta marcia verso l'oblio.

"Affrettati, spicciati, datti una mossa. E io nel mio piccolo penso di nuovo al buon James, a come magari si accarezzava l'occhio malandato nel momento dell'assalto, e penso a Ernest e a Emmanuel, alla truppa che ha il terrore del vuoto ma che non teme di starci dentro fino al collo"





 Dai tempi editoriali lo zompo ai tempi della vita è immediato. Da un po' accarezzo l'idea di raccogliere articoli e libri, a partire da angolazioni e campi diversi, che mettano al centro della riflessione la questione del tempo, del nostro tempo di vita, quello che immoliamo al lavoro, alla frenesia dei nostri affannati tempi urbani. E ritrovo in questo bell'articolo, biografico ma non solo, quello spunto, quella scintilla. Perché forse la prima rivoluzione da compiere è proprio quella sui ritmi. Ricordo all'epoca (sembra un'era fa, un'altra galassia), la battaglia per le 35 ore settimanali, che in fondo, altro non era che la rivendicazione del nostro tempo personale, la richiesta di non sacrificare la propria esistenza alle logiche di produzione e di mercato, ma la possibilità di scegliere cosa fare del proprio tempo di vita. Quella battaglia, che in fondo era significativa ma non rivoluzionaria, che oggi sembra preistoria e rimanda ad uno spazio che non è più percorribile, ci ricordava anche che la frenesia di cui eravamo e siamo vittime, che la vocazione al consumo e alla produzione, riduce il nostro tempo su questo pianeta, e lo devitalizza. Deleghiamo il nostro tempo ad altri, e pian piano erodiamo la nostra libertà, che è quella di poter disporre liberamente del proprio tempo.
Ritrovo in questo articolo semplici parole d'ordine attorno alle quali forse dovremmo ricostruire  la nostra grammatica di vita: rinuncia, sottrazione, vuoto.
Uno spazio bianco, una stanza sgombra, la rinuncia al superfluo. Un pomeriggio d'ozio, senza colpa, senza affanno. Distesi a letto e rimirare le crepe del soffitto. Un tempo fatto di niente, svuotato di materia e per questo denso di significato. Sottrarsi semplicemente a ciò che non ci piace, a ciò che ci rende schiavi, che logora il controllo su di noi. Diminuire la produzione significa privilegiare la qualità a danno della quantità. E attorno a noi ruota il troppo, il tanto. Siamo intasati e il nostro tempo sfugge tra le pieghe dei nostri impegni, del nostro lavoro spesso frustrante e alienante. Rallentare vuol dire anche prendersi il tempo per riflettere, per elaborare, ascoltare il nostro corpo che metabolizza parole, fatti e immagini. Fermarsi, non un colpa, una necessità.