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domenica 31 luglio 2016

Dei tempi dello scrivere e dei tempi del vivere

Oggi su La Lettura, l'inserto domenicale del Corriere della Sera, l'apertura è di Marco Missiroli.
L'autore parte dalla propria esperienza di scrittore e si interroga sui tempi dello scrivere e sul rapporto tra produzione personale e tensione alla pubblicazione. Scandaglia la grande angoscia, quella nella quale hanno annaspato molti grandi autori, la paura del vuoto, la perdita dell'ispirazione, la lenta marcia verso l'oblio.

"Affrettati, spicciati, datti una mossa. E io nel mio piccolo penso di nuovo al buon James, a come magari si accarezzava l'occhio malandato nel momento dell'assalto, e penso a Ernest e a Emmanuel, alla truppa che ha il terrore del vuoto ma che non teme di starci dentro fino al collo"





 Dai tempi editoriali lo zompo ai tempi della vita è immediato. Da un po' accarezzo l'idea di raccogliere articoli e libri, a partire da angolazioni e campi diversi, che mettano al centro della riflessione la questione del tempo, del nostro tempo di vita, quello che immoliamo al lavoro, alla frenesia dei nostri affannati tempi urbani. E ritrovo in questo bell'articolo, biografico ma non solo, quello spunto, quella scintilla. Perché forse la prima rivoluzione da compiere è proprio quella sui ritmi. Ricordo all'epoca (sembra un'era fa, un'altra galassia), la battaglia per le 35 ore settimanali, che in fondo, altro non era che la rivendicazione del nostro tempo personale, la richiesta di non sacrificare la propria esistenza alle logiche di produzione e di mercato, ma la possibilità di scegliere cosa fare del proprio tempo di vita. Quella battaglia, che in fondo era significativa ma non rivoluzionaria, che oggi sembra preistoria e rimanda ad uno spazio che non è più percorribile, ci ricordava anche che la frenesia di cui eravamo e siamo vittime, che la vocazione al consumo e alla produzione, riduce il nostro tempo su questo pianeta, e lo devitalizza. Deleghiamo il nostro tempo ad altri, e pian piano erodiamo la nostra libertà, che è quella di poter disporre liberamente del proprio tempo.
Ritrovo in questo articolo semplici parole d'ordine attorno alle quali forse dovremmo ricostruire  la nostra grammatica di vita: rinuncia, sottrazione, vuoto.
Uno spazio bianco, una stanza sgombra, la rinuncia al superfluo. Un pomeriggio d'ozio, senza colpa, senza affanno. Distesi a letto e rimirare le crepe del soffitto. Un tempo fatto di niente, svuotato di materia e per questo denso di significato. Sottrarsi semplicemente a ciò che non ci piace, a ciò che ci rende schiavi, che logora il controllo su di noi. Diminuire la produzione significa privilegiare la qualità a danno della quantità. E attorno a noi ruota il troppo, il tanto. Siamo intasati e il nostro tempo sfugge tra le pieghe dei nostri impegni, del nostro lavoro spesso frustrante e alienante. Rallentare vuol dire anche prendersi il tempo per riflettere, per elaborare, ascoltare il nostro corpo che metabolizza parole, fatti e immagini. Fermarsi, non un colpa, una necessità.


domenica 17 luglio 2016

Estate e storie di fantasmi

"Miss Caine dovete smetterla. Pensate a dove vi trovate."
"Mi trovo in un edificio di mattoni e malta. Costruito da uomini."
"Non posso più stare ad ascoltare" gridò: finalmente aveva perso la pazienza. (Era quello che volevo? Provocare una reazione umana e non spirituale in quell'uomo inetto?) Dovete andarvene da qui se non siete in grado di esprimervi con il rispetto..."
Mi alzai bruscamente dal banco e lo guardai dall'alto in basso, frustrata, "Voi non siete là, padre" esclamai. "Io mi sveglio a Gaudlin Hall, passo gran parte della giornata lì, ci dormo la notte. E in tutto questo c'è un solo pensiero che mi passa per la mente..."
"Ossia?"
"Quella casa è posseduta."

Inghilterra vittoriana, una giovane educatrice zitella, un padre morto a causa di una lettura pubblica di Charles Dickens.
Questo l’inizio, l’humus dal quale si sviluppa la storia di fantasmi elaborata da Boyne. Un contesto perfetto: una Londra di fine ottocento velata da una coltre lattiginosa e irriducibile di nebbia da cui parte la vicenda di Eliza Caine, giovane insegnante appena ventenne, orfana di madre e devotissima al padre il quale ricambia affettuosamente il suo amore filiale. Non bella Eliza, ormai rassegnata ad una vita da zitella, si è costruita con caparbietà una routine di gesti, azioni e contesti che rendono la sua umile vita tranquilla e vagamente sonnolenta. Una serenità semplice e senza pretese, una vita sottovoce, qualche rimpianto cacciato sotto il tappeto di tanto in tanto, serate di lettura davanti al caminetto con il padre accanto e la stanza immersa nell’odore di pipa e di cannella.

Ma poi arriva Dickens a spezzare questa catena di placida abitudinarietà e una serata a lui dedicata nella quale lo scrittore sarà protagonista di letture e racconti.
Il vecchio, grande lettore ed estimatore dello scrittore, decide che l’incontro con il padre di Oliver Twist è ghiotta e imperdibile occasione: inutili le insistenze della figlia che fa leva sulle sue precarie condizioni di salute. Obiezioni che invece avrebbe dovuto seguire: di ritorno dalla notte londinese, fradicio e infreddolito, viene colto da violenti accessi di tosse, accompagnati da una febbre altissima. A nulla valgono le cure della figlia e del medico chiamato d’urgenza; il vecchio Caine muore nel suo letto qualche giorno dopo.
Per Eliza il colpo è durissimo: ormai rimasta da sola, la bolla di affetti e sicurezza che aveva cadenzato le sue giornate si rivela un abisso dentro al quale la giovane donna fa fatica ad affacciarsi. È con questo stato d’animo che decide di rispondere ad un annuncio di giornale nel quale cercano urgentemente un’istitutrice a Gaudlin Hall, nel Norfolk. L’annuncio è piuttosto sommario e a tratti confuso, ma cattura l’attenzione di Eliza che senza troppe considerazioni si licenzia dalla scuola nella quale insegnava, prende le valigie e parte.
E qui il libro entra nel colmo della sua atmosfera: una vecchia casa aggrappata ad una collina ai margini del piccolo villaggio di campagna, due bambini che sembrano già vecchi quali unici abitanti del castello, un segreto che sembra scorrere sottoterra, abitanti silenziosi e diffidenti. E una catena di incidenti mortali che nell’arco di pochi mesi hanno falciato le giovani vite delle precedenti istitutrici.

Una storia di fantasmi come si deve, insomma, che si muove in un contesto tipico ma non banale, supportata da una prosa che per eleganza, cura e ironia ricalca volutamente i romanzi di Jane Austen. Non un romanzo eccezionale, intendiamoci, e nemmeno indimenticabile, lontano dalla bellezza e dal carattere sofisticato delle opere di Shirley Jackson, ma una storia piacevole e ben costruita.
Una lettura estiva, credo si dica così, e per chi, come me, adora le storie di case infestate nell’Inghilterra vittoriana, non c’è alcun buon motivo per perdersi questo libro.
La casa dei fantasmi, narrato in prima persona dalla stessa Eliza, traccia il profilo di una donna, la protagonista, di grande sensibilità e fermezza, fragile ma al tempo stesso decisa e di grande coraggio. Fuori dagli schemi per l'epoca (eppure non grottesca, perfettamente inserita nel contesto in cui vive), cocciuta e risoluta, è capace di ignorare le voci e i suggerimenti che le ronzano attorno; forte della propria solitudine, non si abbassa alla morale comune, intenta a seguire la propria attitudine e sensibilità. Il libro sottolinea anche, senza appesantire la narrazione e senza alcuna velleità di morale o educativa, la bellezza e la forza delle relazioni di affetti, della coerenza portata avanti nonostante tutto e della cura dell'altro non come annullamento di sé ma come rafforzamento delle proprie passioni.

Per approfondire:

L'incubo di Hill House, Shirley Jackson,  Adelphi, 2004


domenica 5 giugno 2016

Razzismo e noismo

Continuano i consigli di lettura su Umanità Nova.
Questa settimana recensisco "Razzismo e noismo"
Ne potete leggere qui


domenica 22 maggio 2016

Il ghetto di Venezia approda a éStoria

Il 19 maggio si è inaugurata a Gorizia la XII edizione del festival èStoria, che quest’anno ruota attorno al tema “Schiavi”.
La seconda giornata di lavori si è aperta con un incontro dal titolo “1516-2016: dal ghetto di Venezia all’acquisizione della libertà religiosa. La società ebraica e i gentili” che ha proposto una riflessione sulla nascita e sugli sviluppi del ghetto di Venezia, in sintonia con gli appuntamenti creati in occasione del cinquecentenario dalla sua costituzione.
Il confronto, organizzato dalla redazione dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane in collaborazione con l’Associazione degli Studenti di Scienze Diplomatiche Internazionali di Gorizia, ha visto protagonisti tre storici di rilievo: Anna Foa, Donatella Calabi e Simon Levis Sullam che sono stati coordinati dal direttore della redazione UCEI Guido Vitale.

I tre storici sono stati chiamati a indagare l’esperienza del ghetto di Venezia nello specifico, le tracce che ha lasciato nella comunità ebraica e nei rapporti tra essa e la città, ma anche l’esistenza o meno di un paradigma perdurante nel tempo, una possibile chiave di lettura dell’attualità.


Ha aperto la discussione Anna Foa, storica dell’ebraismo, autrice di testi quali “Portico d’Ottavia 13” e “Andar per ghetti e giudecche” che ha focalizzato il suo intervento sul confronto tra il ghetto di Venezia e quello di Roma, inserendo le due esperienze nel contesto più ampio di quella che si può individuare e definire come l’età dei ghetti. Non vi è dubbio che le due esperienze furono molto diverse fra loro pur rappresentando il prodotto di una politica di separazione ed esclusione cui la comunità ebraica venne fatta oggetto: il ghetto di Venezia nacque dalla volontà dell’amministrazione comunale di trovare un modo per governare e controllare la presenza ebraica in città; a Roma, invece, il ghetto si costituì su pressione di papa Paolo IV Carafa, un papa inquisitore, simbolo della controriforma, e fu il prodotto delle spinte conversionistiche di cui gli ebrei furono oggetto. Il ghetto di Roma fu, continua Anna Foa, fortemente ideologizzato, basti pensare che all’esterno dell’area sorgevano numerose chiese e luoghi del cattolicesimo, quasi a ribadire, anche visivamente, che la chiesa cattolica apriva benevolmente le braccia ad accogliere quegli ebrei che decidevano di fuoriuscire dalla comunità. Diverso fu anche il rapporto, diremmo quasi urbanistico, tra il ghetto e la città: a Venezia gli ebrei furono costretti in un’area sconosciuta alla comunità, mentre a Roma venne perimetrata una zona che tradizionalmente aveva ospitato nei secoli gli ebrei, abitata e vissuta dalla comunità. Le relazioni tra ebrei e gentili nei secoli successivi alla segregazione nei ghetti subirono l’influenza delle peculiarità dei due contesti: il ghetto di Roma visse gli effetti di una stasi culturale generale, non vi fu circolazione fra comunità ebraica e società maggioritaria. Lo spazio del ghetto rimase congelato, non poté accogliere al suo interno elementi della città e non ebbe la possibilità di aprirsi ad essa. Fu la chiesa a indicare la direzione cui dovevano condursi i rapporti tra ebrei e società maggioritaria, enfatizzando quella separazione, sancita sul piano urbano, anche nella sua dimensione culturale. A Venezia, invece, avvenne il contrario: permase un’interazione proficua tra le due comunità tant’è che, all’apertura dei cancelli ogni mattina, ebrei e non ebrei si mescolavano tra loro intrecciando rapporti economici e culturali.

Se Venezia e Roma rappresentarono due volti di una medesima vicenda, si può dire che la stessa traccia di ambivalenza fu il connotato specifico dell’esperienza del ghetto nella sua generalità.
Anna Foa, nel corso del suo intervento, ha illustrato come, a partire da una volontà segregativa tutt’altro che benevola, ci furono, in ogni caso, delle ricadute positive di cui la stessa comunità ebraica poté beneficiare: il ghetto permise il consolidamento e il rafforzamento di strutture sociali e istituzionali attorno a cui la comunità si organizzò e compattò, e si caratterizzò quale spazio di una certa libertà di azione nella sfera culturale che rinfrancò la consapevolezza della propria identità ebraica. Infine, specie nel caso veneziano, il ghetto fu culla di multiculturalismo, ospitando fra le sue mura ebrei di diversa provenienza e tradizione: sefarditi, ashkenaziti, marrani…
All’ampio intervento di Anna Foa si unisce quello di Donatella Calabi, autrice del libro “Venezia e il ghetto”, storica dell’architettura e curatrice della mostra sul cinquecentenario del ghetto che si inaugurerà il prossimo 19 giugno a Palazzo Ducale.

Anche Donatella Calabi si sofferma su un’analisi comparativa delle due realtà urbane, sottolineando
come i due ghetti risentirono ampiamente dei ruoli diversi che le città ebbero nel contesto europeo: si pensi che Venezia, all’epoca, era considerata “il centro dell’economia mondo”, secondo una definizione dello storico Fernand Braudel diffusasi a partire dagli anni ’50 del novecento. Proprio a seguito di questa posizione di rilevanza che la città assunse nei secoli, l’amministrazione comunale individuò nella minoranza ebraica un nucleo da preservare e trattenere in città, perché portatore di una ricchezza culturale ed economica irrinunciabile. “Gli ebrei ci sono utili”, affermarono le istituzioni, e questa fu la necessità che prese forma a partire da due direttive parallele che giungevano entrambe all’individuazione del ghetto quale soluzione urbanistica e sociale efficace: il ghetto rispondeva sia alla volontà di amministrare e fissare la presenza ebraica in città, sia permetteva di gestire, attraverso dinamiche di controllo e governo, gli eventuali conflitti di cui inevitabilmente le diversità erano portatrici. Questa strategia, sottolinea Donatella Calabi nel suo intervento, venne applicata anche ad altre minoranze presenti sul suolo veneziano, come i turchi e i tedeschi.
Il ghetto di Venezia, che per la sua conformazione fisica si costituiva come un’isola circondata da canali, veniva monitorato e controllato dalle guardie a bordo di barconi, supervisionando la chiusura e l’apertura dei cancelli che avveniva puntualmente ogni giorno ai rintocchi della Marangona, alle sei di mattina e poi a mezzanotte. Questa bolla di sicurezza permise il mantenimento, all’interno del ghetto, di abitudini e tradizioni e la salvaguardia dell’identità ebraica.


Se le due relatrici hanno posto l’accento sugli effetti positivi in termini di identità e tradizioni innescati dalla costituzione dei ghetti, Simon Levis Sullam invece concentra il suo intervento sulle criticità di cui l’istituzione del ghetto fu portatrice, sottolineando come esso scaturì da una chiara volontà istituzionale di marginalizzare ed escludere dal tessuto sociale la comunità ebraica. Raccogliendo le suggestioni delle due storiche, Levis Sullam propone alcune possibili piste di riflessione che coinvolgono soprattutto l’attualità.
Il ghetto fu uno spazio di esclusione sociale e a questo proposito lo storico cita il libro di David Forgas “Margini d’Italia” che individua come aree periferiche della nazione tutti quei luoghi che sono stati consapevolmente e secondo preciso disegno politico e sociale posti lontano dagli sguardi e dalla narrazione pubblica: il sud Italia, le baraccopoli, i campi nomadi, i manicomi. L’allontanamento e la segregazione dell’altro da sé sono risultati funzionali alla definizione dell’identità collettiva della nazione che si è data una forma e dei contorni a partire dall’esclusione di alcuni gruppi sociali, dedicando loro luoghi e aree specifiche, secondo precise strategie urbane. All’interno di questa visione si inserisce l’esperienza del ghetto che diventa paradigma e supera le barriere temporali dell’esperienza storica e geografica per approdare all’attualità. La vicenda del ghetto migra nel tempo e, nella sua specificità ebraica, ritorna, mutando connotati, nell’Italia delle leggi razziali del 1938, e si fa di nuovo luogo e spazio segregativo durante il biennio 1943-45, quando è in atto la persecuzione delle vite e gli ebrei italiani vengono ghettizzati, per mano degli stessi italiani, nei campi di transito, in attesa di essere condotti a morte certa verso l’Europa dell’est.
Proseguendo la riflessione sul ruolo del ghetto quale territorio di emarginazione ed esclusione, lo storico lascia in sospeso alcuni interrogativi, il cui approfondimento risulta necessario per una lettura complessiva delle dinamiche sociali che attraversano l’attualità: quali sono i ghetti, oggi? Quali i gruppi a rischio, bersaglio di politiche di separazione?

La seconda traccia di riflessione proposta da Simon Levis Sullam fa i conti con un altro testo: “Orientalismo” di Edward Said. In questo libro l’autore indaga l’apparato di stereotipi e costruzioni culturali attraverso cui l’occidente ha letto, nei secoli, il mondo orientale, cristallizzandolo all’interno di categorie letterarie e culturali preconfezionate ed enfatizzandone differenze e lontananze. Tale separazione fra i due mondi si è tradotta in disuguaglianze, conflitti, discriminazioni e in una precisa volontà di controllo che l’occidente ha cercato di esercitare sull’oriente. Anche la rappresentazione del ghetto di Venezia ha subìto questo atteggiamento stereotipico, diventando autorappresentazione da parte della stessa comunità ebraica in chiave estetizzante. Il ghetto di Venezia, infatti, venne descritto come luogo dai tratti e dal carattere orientale, così come gli ebrei che vivevano al suo interno. Non vi è dubbio che l’orientalismo affonda nell’antisemitismo, stringendo con esso un rapporto consolidato fatto di rappresentazioni culturali e letterarie.
I tre interventi, armonizzati fra loro, hanno offerto spunti di riflessione aperti e sentieri di approfondimento ancora da percorrere, a partire dal ghetto studiato nella sua dimensione storica, linguistica e letteraria fino ad approdare ai temi centrali della contemporaneità.

Bibliografia 

  • Anna Foa, Portico d'Ottavia 13. Una casa del ghetto nel lungo inverno 1943, 2016, Laterza
  • Anna Foa, Andar per ghetti e giudecche, 2014, Il Mulino
  • Donatella Calabi, Venezia e il ghetto. Cinquecento anni del "recinto degli ebrei", 2016, Bollati Boringhieri
  • Simon Levis Sullam, I carnefici italiani. Scene del genocidio degli ebrei, 1943-45, 2015, Feltrinelli
  • Simon Levis Sullam, L'archivio antiebraico. Il linguaggio dell'antisemitismo moderno, 2008, Laterza
  • David Forgacs, Margini d'italia. L'esclusione sociale dall'Unità a oggi, 2015, Laterza
  • Edward W. Said, Orientalismo, 2001, Feltrinelli




martedì 10 maggio 2016

La frontiera

Chimamanda Ngozi Adichie,‭ ‬scrittrice nigeriana,‭ ‬ci mette in guardia dai rischi derivanti dalla‭ ‘‬storia a senso unico‭’ ‬e segnala come questa sia funzionale agli scopi del potere e dell’autorità:‭ “‬Mostrate un popolo come una cosa,‭ ‬come solo una cosa,‭ ‬più e più volte,‭ ‬ed è così che esso diventerà questa cosa‭”‬. Al contrario,‭ ‬ci suggerisce come una molteplicità di narrazioni sia in grado di incrinare stereotipi e pregiudizi e di rimandare alla dignità spezzata dei popoli. La frontiera di Alessandro Leogrande‭ (‬Feltrinelli,‭ ‬2015‭) ‬si pone proprio nel solco di questa riflessione,‭ ‬ricomponendo un mosaico di storie ed esperienze raccolte direttamente dalla voce dei migranti.‭ ‬Solo un pluralismo di voci può riportare la complessità del reale,‭ ‬solo se ci poniamo in ascolto possiamo arrivare a intravvedere le cause di quello che accade intorno a noi.

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giovedì 31 marzo 2016

Radici

Ho sempre avuto una decisa riluttanza ad occuparmi di Trieste. Con caparbietà me ne sono sempre tenuta lontana. Ci vivo ma non me ne sento parte. Sarà per questa incapacità tutta mia di sentire radici e confini, di provare appartenenza a luogo o bandiera. Sta di fatto che Trieste l'ho sempre guardata con sospetto e con una punta di odiosa supponenza. Sarà anche per questo insopportabile tira e molla che questa città ha sempre intrattenuto con me. Tanta voglia di allontanarmene e tanto sollievo al ritorno. É una città dalla quale è bello e liberatorio partire e rassicurante tornare. Ed ora che cerco di ricomporre i pezzi di una relazione mai nata, mi ci avvicino attraverso la sua storia, lente che mi facilita ogni piccolo ricongiungimento. Mi convinco che cercare di capire l'identità di Trieste aiuta ad avvicinarsi alla comprensione di tutto il Novecento. Mi convinco che carpirne l'intrinseca stranezza mi aiuterà a trovare il mio posto, la mia dimensione.


Perché in fondo nel suo essere inafferrabile mi ci riconosco abbastanza e mi infastidisce la sua propensione all'apertura e la sua ostinazione invece al provincialismo, così come disconosco la mia placida abitudinarietà a fronte di una propensione al cambiamento. Trieste culla le mie psicosi e al tempo stesso mi mostra anche altre strade possibili. A Trieste si può affondare e da Trieste ci si può emancipare. Non so bene quale delle due strade ho voglia di percorrere, al momento mi tengo in sospeso, in bilico, tra il fare e il non fare. Mi stordisce quella sensazione di sollievo quando dal treno si comincia a intravedere il lungomare, quella malinconia silenziosa che si cala sulle sue strade buie, quell'essere sempre uguale a se stessa, ai margini eppure protagonista, suo malgrado, quel suo essere a tratti fascinosa e a momenti volgare e sboccata. Mi piace in fondo questo suo essere inafferrabile, perché mi suggerisce che c'è sempre tempo di cambiare idea, di mutare la prospettiva, che le cose non sono mai come sembrano. Mi permette di esercitare il dubbio, di chiedermi puntualmente quando e se me ne andrò e la sua ambiguità è in grado di confermare qualunque scelta abbia intenzione di compiere.
Continuo a studiarla con ostilità perché le buone abitudini non vanno perse, continuo a non sentirmene parte e a parlare dei triestini come se parlassi di antipatici vicini di casa. Eppure continuo a cercarla nei miei attimi di pace, a farmi accogliere quando ho voglia di sentirmi a casa. E mi piace anche rifiutarla quando ho voglia di pensare ad altro, alle molteplici possibilità che offre il resto del mondo. Trieste alla fine mi dà la misura dei miei limiti e delle mie potenzialità, mi definisce per differenza, ma mi definisce. In questo quotidiano dondolio tra distanza e ravvicinamento.

sabato 5 marzo 2016

Tadeusz Pankiewicz e la Farmacia sotto l'Aquila

Quando si parla di resistenza si fa riferimento ad un insieme granitico e omogeneo che nel nostro immaginario comune corrisponde alla lotta armata organizzata, che collochiamo negli anni della Seconda guerra mondiale.
Dato sicuramente corretto, ma forse ampiamente riduttivo.
Se parlare di resistenza limita nel tempo e nelle modalità, parlare di resistenze permette di dilatare l'orizzonte storico e muove il nostro sguardo verso una molteplicità di azioni ed esperienze.
Se guardiamo alle resistenze, attraversiamo una pluralità di percorsi individuali, di gesti, anche quotidiani, di piccoli e grandi momenti di disobbedienza. Si può resistere in tanti modi: organizzandosi, quando è possibile farlo, o molto spesso, nella sfera delle nostre minuscole vite, compiendo gesti significativi, di coerenza, di lotta personale. Dei segni, che nella macro-storia tendono a perdersi, ma che recuperiamo nel momento in cui ci affacciamo davanti all'oceano di individualità che il contenitore storia raggruppa.

Siamo ad Auschwitz, quattro prigionieri politici sono in attesa di morire appesi alla forca. Sono davanti al piazzale degli appelli, gonfio di prigionieri costretti ad assistere all'esecuzione. La loro morte deve essere di esempio per tutti. Intimorire e punire.
Uno di loro, d'improvviso, scansa lo sgabello sotto ai piedi. Si impicca, muore per mano sua, non per mano nazista. Gli altri tre seguono a ruota. La loro morte sarà davvero di esempio per tutti.

Un piccolo enorme gesto di resistenza, in un momento in cui tutto era già perduto. Un atto che segna una vita intera, la definisce, ne comunica il senso, interrompe la storia, ne macchia la linearità. Un atto di ribellione e coraggio, un messaggio urlato in faccia al potere.

Di resistenze vorrei parlare, della pluralità di atti che configurano la disobbedienza, di uomini  e donne che non abbassano la testa, che continuano ad esercitare il dubbio anche quando è pericoloso farlo. Che guardano, capiscono e non si adeguano. Che sfidano il potere, l'ordine precostituito. Che si elevano dalla mediocrità.
A partire dalla vita di  Tadeusz Pankiewicz , dalla sua storia, nella Cracovia occupata dai nazisti.


Nel 1939, storia nota, i tedeschi invadono la Polonia. Lo stato viene smembrato: la parte occidentale, come l'Alta Slesia, viene inglobata direttamente nel Terzo Reich, mentre l'area orientale, che comprendeva le città di Cracovia e Varsavia, diventa Governatorato Generale.
Gli ebrei polacchi vengono da subito perseguitati e privati dei diritti e delle libertà fondamentali.
Seguendo le tappe di un percorso ideato e organizzato nel dettaglio, che parte dalla persecuzione degli ebrei e arriva a metterne in atto l'eliminazione fisica, nel marzo del 1941 viene costruito il ghetto di Cracovia.


I tedeschi scelgono il quartiere di Podgorze, circoscrivono un'area di 600 metri  per 400, la chiudono con mura e filo spinato. Quattro i varchi previsti che rimangono però serrati, ad impedire la circolazione da dentro e fuori e viceversa. I 3000 polacchi che in quel quartiere vi abitavano vengono allontanati e al loro posto si rinchiudono forzatamente circa 18000 ebrei. Un appartamento ogni quattro famiglie. Sradicati dalla tradizionale area di residenza, gli ebrei di Cracovia, che dal 1939 venivano apertamente discriminati e perseguitati, una volta spogliati dei loro beni, vengono rinchiusi nell'unica zona a loro concessa.

Nella nostra casa adesso abita ancora più gente. Per ogni finestra devono starci quattro persone, invece di tre, così ha detto mio padre. Perché? Tanto nessuno guarda più dalla finestra. Nemmeno io. È severamente vietato, pena la morte. Siccome confiniamo con il quartiere ariano, la mamma mi ha avvertito: i tedeschi fucilano chiunque apra la finestra o soltanto guardi fuori.Nella stanza scura in cui dormiamo ci sono due finestre. Il mio lettino è stato eliminato, ora dormo con i miei genitori.Nel loro letto fa più caldo, anche se negli ultimi tempi ho la sensazione che mi manchi il respiro, mi sembra di soffocare.L'aria ha un odore dolciastro, è pesante e stantia.Anche la macchina per cucire è scomparsa. Il suo posto sotto la finestra è ora occupato dai nuovi arrivati, che dormono sul pavimento. Sento la mancanza di quel rumore, aveva il potere di calmarmi. Adesso la nonna cuce a mano. Le sue dita nodose sono svelte e abili. Cuce vestiti per gli sfollati e rammenda le loro cose. In cambio riceviamo un poco di pane o di tè, oppure una manciata di farina. (1)

I ghetti diventano veri e propri luoghi di morte. Gli ebrei vengono prima di tutto affamati. Il cibo viene razionato, insufficiente al normale fabbisogno umano, il lavoro non si trova e laddove non arriva la violenza nazista, imperversano stenti e malattie.

La fame aumenta, esce fuori dalle abitazioni buie e affollate e si riversa nelle strade, si mostra agli occhi con la vista di corpi gonfi, deformati, che assomigliano a pezzi di legno, si mostra nelle gambe avvolte in cenci sporchi, piene di pus, coperte di piaghe e ferite causate dal gelo e dalla denutrizione. La fame parla con le bocche dei vecchi, dei giovani, dei bambini che chiedono l'elemosina nei cortili dei palazzi. (2)

Sulla piazza principale del ghetto di Cracovia, Plac Zgody, luogo dove gli ebrei vengono raccolti dai nazisti in attesa di salire sui convogli che li porteranno nei campi vicini, si affaccia la Farmacia sotto l'Aquila, Apteka pod Orlem, presente nel quartiere già dal 1909.
Tadeusz Pankiewicz, pochi anni prima della Seconda guerra mondiale, ne rileva la proprietà dal padre e nel 1941 la farmacia si ritrova inglobata all'interno delle mura del ghetto.
Quattro sono le farmacie che esercitano nell'area, ma la Farmacia sotto l'Aquila sarà la sola a resistere alle richieste nazisti.
I tedeschi insistono affinché Tadeusz trasferisca la sua attività fuori dal ghetto, nella “zona ariana” della città, ma il farmacista si oppone con tale caparbietà e tenacia che ottiene il permesso di rimanere all'interno delle mura. Ma non solo, strappa ai tedeschi l'autorizzazione a soggiornare all'interno del negozio, mentre per il suo staff si fa consegnare un visto, una sorta di lasciapassare che consente loro di entrare e uscire dal ghetto (azione negata a chiunque, anche ai polacchi non ebrei che avevano il divieto di entrare all'interno del perimetro del ghetto).
È l'unico non ebreo a risiedere nel ghetto.
E da subito sfrutta la sua posizione per aiutare ad alleviare le drammatiche condizioni in cui la popolazione ebraica è costretta a vivere.
Tadeusz osserva, capisce, non si fa distrarre dalla propaganda, non si fa intimorire dalla situazione.


Si affanna a procurarsi farmaci e medicine difficili da reperire nel ghetto e spesso le distribuisce gratuitamente. La farmacia diventa il punto di riferimento per la distribuzione di tranquillanti, indispensabili per calmare le grida dei bambini che richiamano pericolosamente l'attenzione delle guardie, di oppiacei in grado di lenire il dolore, di tinture per capelli, primo passo per cambiare identità.

Improvvisamente vengo svegliata. Mi prendono in braccio e mi portano in cucina. Ho la sensazione che vogliano farmi qualcosa, e cerco con lo sguardo la nonna. Ma lei non c'è.Sul tavolo c'è una scodella, in cui da una bottiglia verde qualcuno versa un liquido maleodorante. Poi mi afferrano. Devo immergere la testa nella scodella. Piagnucolo e sgambetto. Cerco di difendermi ma ogni resistenza è inutile. Ci sono troppe mani sconosciute attorno a me, mani che mi obbligano a fare cose che non voglio. Con gli occhi ben chiusi e protetti da un asciugamano sono costretta a immergere la testa in quel liquido ripugnante. Gli occhi mi bruciano. Poi mi versano acqua calda sui capelli e li asciugano. Gli occhi e la pelle mi bruciano ancora.Mi chiedo se sia il caso di piangere, ma ormai è troppo tardi.[...]Poco dopo la mamma, mettendomi uno specchio in mano, dice:”Guarda come sei bella, ora assomigli a Irene”.Poi riprende a piangere.Mi guardo allo specchio. Sono bionda.Ma i miei occhi continuano a non essere azzurri. (3)

A poco a poco la farmacia diventa la soglia tra due mondi separati ed estranei uno all'altro: al suo interno circolano notizie altrimenti inaccessibili, filtrano dall'esterno informazioni, arrivano giornali, notizie, comunicazioni altrimenti irreperibili. Diventa punto di riferimento per intellettuali, artisti e scienziati che di notte si raccolgono al suo interno e si scambiano notizie di ciò che accade nel paese. La farmacia diventa il punto di contatto tra il ghetto e l'esterno, una sorta di zona franca che collega due dimensioni che ormai non si toccano più.



Nella cantina dell'edificio, Tadeusz costruisce un caveau dove custodisce documenti, libri in yiddish, rotoli della Torah, arredi sacri. Vi conserva all'interno tutto ciò che riesce a strappare alle sistematiche razzie naziste dentro il ghetto. Gli ebrei gli affidano oggetti cari o preziosi e lui li nasconde, così come nasconde molti bambini che al momento opportuno cerca di far fuggire nella “zona ariana” della città.

Dal 1942 iniziano all'interno del ghetto periodiche deportazioni. La “soluzione finale” è in corso e sistematicamente centinaia di ebrei vengono prelevati dalle loro abitazioni, raccolti nella piazza del ghetto e tradotti verso i campi di concentramento e sterminio circostanti.
Davanti alla farmacia sfilano scheletri di uomini e donne, anziani, ammalati, alcuni vestiti, altri, sorpresi nel cuore della notte, in camicia da notte. Dalla sua farmacia vede le SS gridare alle donne e ai bambini che rallentano la fila, vede i tedeschi sparare indiscriminatamente sulla folla, vede partire i camion che portano ai campi della morte.

Nel marzo del 1943 i nazisti decidono di liquidare il ghetto. I circa 8000 ebrei considerati abili al lavoro vengono portati al campo di concentramento di Plaszow, ex campo di lavoro, poco lontano da Cracovia. Circa 2000 ebrei, invece, vengono massacrati lungo le strade del ghetto o condotti ad Auschwitz.

Tadeusz Pankiewicz ha fatto tutto ciò che poteva fare. Ha resistito, è rimasto a vivere nel ghetto, ha distribuito medicinali, ha curato malati e feriti, spesso ospitandoli all'interno della farmacia. Ha sfidato i nazisti a loro insaputa, ha rischiato la propria vita, non è rimasto indifferente, non ha pensato solo a salvarsi la pelle. Mentre dalla farmacia vede i nazisti uccidere e spingere gli ebrei nei camion, capisce ancora una cosa. Capisce che lui non è solo colui che ha avuto la possibilità di aiutare gli ebrei del ghetto. Lui ha visto, con i propri occhi, quello che è successo. Lui è un testimone, un testimone non ebreo di quello che è accaduto nel ghetto.

E allora scrive, scrive di quello che vede.

Nel 1947 esce il suo diario, The Cracow Ghetto Pharmacy, in polacco poi tradotto in numerose lingue. È la testimonianza preziosa delle vicende del ghetto di Cracovia, di quello che doveva passare sotto silenzio, che non doveva esser visto né raccontato.
“Non dimenticate, raccontate, scrivete!”, esorta Simon Doubnov, perché senza racconto non vi è memoria e Tadeusz Pankiewicz capisce anche questo, in tempi in cui a voler capire sembravano essere in pochi.

Dopo il 1945 il farmacista continua la sua attività, ospitando ancora una volta, uomini e donne in fuga dalla città.
Nel 1983 gli viene conferito il riconoscimento di ”Giusto fra le nazioni” e nello stesso anno viene inaugurato, alla presenza dello stesso Pankiewicz, il Museo della memoria, ospitato all'interno della farmacia, anch'essa trasformata in museo.
Oggi la farmacia è uno splendido piccolo museo dove, tra flaconi di medicinali, cassetti e bacheche, viene ricostruita la storia del ghetto e delle vite di coloro costretti al suo interno. E si racconta la storia di chi, lasciato libero di scegliere, decise di intraprendere la via più difficile e pericolosa, tale in ogni tempo. Di chi scelse di resistere, di non scostare lo sguardo, di non rimanere indifferente.


(1) Roma Ligocka, La bambina col cappotto rosso, Arnoldo Mondadori Editore, 2001, p.23
Roma Ligocka, cugina del regista Roman Polanski, nasce a Cracovia nel 1938. All'epoca del ghetto ha solo quattro anni.

(2) Marek Edelman, Il ghetto di Varsavia lotta, La giuntina, 2012, p.48. Marek Edelman è stato vice comandante dell'insurrezione del ghetto di Varsavia.

(3) Roma Ligocka, op.cit, pag.21