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mercoledì 19 aprile 2017

Svegliare i leoni

Gli autori israeliani difficilmente lasciano indifferenti: capaci di registri e timbri diversi tra loro, sono in grado di esprimere sempre una certa originalità e di offrire importanti spunti di riflessioni senza inciampare mai nella retorica fine a sé stessa.
In questi mesi in libreria si trovano alcune nuove uscite che personalmente mi hanno entusiasmato: la prima, di cui parlo oggi brevemente - perché ho timore di guastare il piacere di chi vorrà lanciarsi nella lettura - è la nuova fatica di Ayelet Gundar-Goshen, classe 1982, laureata in psicologia clinica all’università di Tel Aviv e impegnata nella lotta per i diritti civili.


Per chi mastica un po’ di letteratura israeliana, l’autrice fa parte della nuova generazione di autori (la vecchia, per intenderci, è quella di Oz, Grossman, Yehoshua), tra cui Assaf Gavron, Edgar Keret e Eshkol Nevo, che si è allontanata dalla tradizione dei padri e che con linguaggi innovativi ed una certa capacità di introspezione, è in grado di offrire visioni e scorci di Israele che illuminano contraddizioni e ruvidità di un paese difficile, sul quale spesso calano retoriche di generalizzazione e semplificazioni.
 
Il secondo romanzo di Ayelet Gundar-Goshen, pubblicato sempre da La Giuntina è Svegliare i leoni, ed è un’opera che non perdona e che non lascia indifferenti. Non perdona perché ti trascina nel suo flusso a partire dalle prime folgoranti pagine (è nelle prime dieci pagine che accade tutto) e non ti molla, ti capovolge e ti sbatacchia fino alla fine. Ti toglie lo sgabellino da sotto i piedi, stacca la maniglia dell’autobus su cui ti stavi reggendo, svita il piolo della scala su cui stavi salendo.
Si insinua negli spiragli lasciati inavvertitamente aperti della tua tranquilla e consolidata esistenza borghese, come un ladro che si infila nello spazio di una finestra appena aperta.
Eitan Green è un medico di successo, ma soprattutto è un uomo giusto, corretto e onesto. Tanto integerrimo che dall’ospedale di Tel Aviv è stato trasferito a Beer Sheva, città del distretto meridionale soffocata dalla sabbia del Negev, per aver denunciato un giro di tangenti in cui era coinvolto il medico primario. Un’esistenza lineare, cesellata con precisione da anni di studio e raziocinio. Fino ad una notte quando, terminato il turno all’ospedale, sale sulla jeep e si concede una fuga a tutta velocità lungo le dune del deserto. Cullato dal brivido di una innocua trasgressione finisce per investire un uomo. È un giovane eritreo che giace sulla sabbia con il cranio sfondato. Saranno una manciata di secondi, quando il medico affonda i suoi occhi nell’ ultimo sguardo sgranato del moribondo, a collocarsi davanti ad anni di scelte ineccepibili. Eitan risale sulla macchina e abbandona sulle dune il corpo morente dell’eritreo.
Il giorno dopo suona alla porta una donna; Eitan è a casa da solo e lei gli porge tra le mani il suo portafoglio, ritrovato accanto al corpo del marito investito.
Da qui l’autrice sviluppa una storia inarrestabile, giocata sul filo di diversi registri narrativi: dal romanzo psicologico al giallo. 
Gundar-Goshen indugia nei meandri dell’animo umano, scava all’interno della quotidianità e fa parlare il buio dei suoi personaggi, costruendo un romanzo corale splendidamente armonizzato. E accanto al lato oscuro di ciascuno di noi, l’autrice racconta anche le contraddizioni di un paese intero.
La sua è una narrazione che ha un’architettura raffinata e al tempo stesso originale e ben equilibrata. 
Un libro che si affronta d’un fiato, uno di quei romanzi che a leggerli ci si sente spugne pronte ad assorbire tutto ciò che si sprigiona pagina dopo pagina.

lunedì 20 marzo 2017

Ritratti in piedi

Come si compenetrano storia e letteratura e in che modo l'una e l'altra si arricchiscono a vicenda?
La seconda, spesso, si fa prisma della prima e ci aiuta nella lettura della complessità delle vicende storiche. La letteratura ci fornisce particolari e dinamiche che spesso sfuggono alla macro-storia, perché capace di mettere a fuoco le "storie minori", quei percorsi individuali che si immergono nel flusso principale degli eventi.
Sono infatti una serie di storie quelle che Massimo Ortalli ha messo in fila per noi: una serie di volti, di personaggi, di singole esistenze che la letteratura tra Ottocento e Novecento è stata in grado di dipingere e che contribuiscono a comporre l'affresco multiforme del movimento anarchico, delle sue idee e aspirazioni.

La recensione qui


giovedì 10 novembre 2016

Lungimiranza

La Prima guerra mondiale venne accolta dalla gran parte degli schieramenti in campo con entusiasmo ed eccitazione.
Trasversale ai partiti e ai movimenti fu lo slancio con cui venne incoraggiato il conflitto.
Si credeva sarebbe stata una guerra breve. Un conflitto che avrebbe risanato alcune fratture sociali, dato lustro agli stati e agli imperi coinvolti, ricompattato popoli e modernizzato l'Europa tutta.

Fu invece la prima grande frattura del Novecento che vide protagonista il continente, una tragedia di popoli e di vite, uno strappo insanabile che avrebbe prodotto, tra gli altri, i fascismi degli anni a seguire; un imprinting di odio e violenza che avrebbe marchiato il pensiero e la cultura europei.

Nei giorni prima dello scoppio della guerra, tra gli entusiasti e gli esaltati poche voci di preoccupazione provarono a farsi sentire.

Giuseppe Scalarini
Tra questi Giuseppe Scalarini, vignettista socialista, antimilitarista, antinterventista e pochi altri, dimostrarono con le loro caricature e immagini, una notevole lungimiranza e capacità di analizzare il proprio tempo, accusando da subito gli interventisti di condurre i propri popoli ad una carneficina mai vista.
http://www.scalarini.it/it/home




Gabriele Galantara
Giuseppe Scalarini

domenica 23 ottobre 2016

Presente imperfetto

"Forse quello che riunisce, drammaticamente e brutalmente, questa comprensione della molteplicità del passato e del presente è la figura del migrante contemporaneo. Infatti, se il concetto di migrazione è più direttamente associato con il fenomeno socio-economico della migrazione fisica delle persone dal cosiddetto sud del mondo, ci si confronta anche con una sfida politica e storica molto più ampia. La stessa sintassi dello stato, della nazione, della cittadinanza e dell'identità, è direttamente contestata dalle storie clandestine del migrante e dalla sua presenza "illegale" e "fuori posto". I meccanismi che apparentemente ci fissano nella nostra "casa" sono qui drammaticamente esposti in tutta la loro violenza arbitraria. Inciso sul corpo del migrante contemporaneo non è solo il potere delle leggi moderne di ispirazione europea che regolano il suo stato, spesso trasformando la sua soggettività in oggetto di "illegalità", ma anche la firma involontaria di un passato coloniale. Qui la migrazione complessivamente più sistematica e violenta degli europei verso il resto del pianeta nell'arco di secoli, ormai dimenticata e mascherata nella storia del "progresso", ritorna a investire il complesso coordinamento del presente.
Siamo trascinati in un archivio brutale in cui l'espansione coloniale, l'appropriazione violenta, la riduzione in schiavitù e la migrazione diventano anche le coordinate della realizzazione della cittadinanza europea  e dello stato-nazione moderno"

Iain Chambers, dalla prefazione

"Presente imperfetto. Eredità coloniali e immaginari razziali contemporanei", a cura di Giulia Gerchi e Viviana Gravano, Mimesis, 2016

domenica 31 luglio 2016

Dei tempi dello scrivere e dei tempi del vivere

Oggi su La Lettura, l'inserto domenicale del Corriere della Sera, l'apertura è di Marco Missiroli.
L'autore parte dalla propria esperienza di scrittore e si interroga sui tempi dello scrivere e sul rapporto tra produzione personale e tensione alla pubblicazione. Scandaglia la grande angoscia, quella nella quale hanno annaspato molti grandi autori, la paura del vuoto, la perdita dell'ispirazione, la lenta marcia verso l'oblio.

"Affrettati, spicciati, datti una mossa. E io nel mio piccolo penso di nuovo al buon James, a come magari si accarezzava l'occhio malandato nel momento dell'assalto, e penso a Ernest e a Emmanuel, alla truppa che ha il terrore del vuoto ma che non teme di starci dentro fino al collo"





 Dai tempi editoriali lo zompo ai tempi della vita è immediato. Da un po' accarezzo l'idea di raccogliere articoli e libri, a partire da angolazioni e campi diversi, che mettano al centro della riflessione la questione del tempo, del nostro tempo di vita, quello che immoliamo al lavoro, alla frenesia dei nostri affannati tempi urbani. E ritrovo in questo bell'articolo, biografico ma non solo, quello spunto, quella scintilla. Perché forse la prima rivoluzione da compiere è proprio quella sui ritmi. Ricordo all'epoca (sembra un'era fa, un'altra galassia), la battaglia per le 35 ore settimanali, che in fondo, altro non era che la rivendicazione del nostro tempo personale, la richiesta di non sacrificare la propria esistenza alle logiche di produzione e di mercato, ma la possibilità di scegliere cosa fare del proprio tempo di vita. Quella battaglia, che in fondo era significativa ma non rivoluzionaria, che oggi sembra preistoria e rimanda ad uno spazio che non è più percorribile, ci ricordava anche che la frenesia di cui eravamo e siamo vittime, che la vocazione al consumo e alla produzione, riduce il nostro tempo su questo pianeta, e lo devitalizza. Deleghiamo il nostro tempo ad altri, e pian piano erodiamo la nostra libertà, che è quella di poter disporre liberamente del proprio tempo.
Ritrovo in questo articolo semplici parole d'ordine attorno alle quali forse dovremmo ricostruire  la nostra grammatica di vita: rinuncia, sottrazione, vuoto.
Uno spazio bianco, una stanza sgombra, la rinuncia al superfluo. Un pomeriggio d'ozio, senza colpa, senza affanno. Distesi a letto e rimirare le crepe del soffitto. Un tempo fatto di niente, svuotato di materia e per questo denso di significato. Sottrarsi semplicemente a ciò che non ci piace, a ciò che ci rende schiavi, che logora il controllo su di noi. Diminuire la produzione significa privilegiare la qualità a danno della quantità. E attorno a noi ruota il troppo, il tanto. Siamo intasati e il nostro tempo sfugge tra le pieghe dei nostri impegni, del nostro lavoro spesso frustrante e alienante. Rallentare vuol dire anche prendersi il tempo per riflettere, per elaborare, ascoltare il nostro corpo che metabolizza parole, fatti e immagini. Fermarsi, non un colpa, una necessità.


domenica 17 luglio 2016

Estate e storie di fantasmi

"Miss Caine dovete smetterla. Pensate a dove vi trovate."
"Mi trovo in un edificio di mattoni e malta. Costruito da uomini."
"Non posso più stare ad ascoltare" gridò: finalmente aveva perso la pazienza. (Era quello che volevo? Provocare una reazione umana e non spirituale in quell'uomo inetto?) Dovete andarvene da qui se non siete in grado di esprimervi con il rispetto..."
Mi alzai bruscamente dal banco e lo guardai dall'alto in basso, frustrata, "Voi non siete là, padre" esclamai. "Io mi sveglio a Gaudlin Hall, passo gran parte della giornata lì, ci dormo la notte. E in tutto questo c'è un solo pensiero che mi passa per la mente..."
"Ossia?"
"Quella casa è posseduta."

Inghilterra vittoriana, una giovane educatrice zitella, un padre morto a causa di una lettura pubblica di Charles Dickens.
Questo l’inizio, l’humus dal quale si sviluppa la storia di fantasmi elaborata da Boyne. Un contesto perfetto: una Londra di fine ottocento velata da una coltre lattiginosa e irriducibile di nebbia da cui parte la vicenda di Eliza Caine, giovane insegnante appena ventenne, orfana di madre e devotissima al padre il quale ricambia affettuosamente il suo amore filiale. Non bella Eliza, ormai rassegnata ad una vita da zitella, si è costruita con caparbietà una routine di gesti, azioni e contesti che rendono la sua umile vita tranquilla e vagamente sonnolenta. Una serenità semplice e senza pretese, una vita sottovoce, qualche rimpianto cacciato sotto il tappeto di tanto in tanto, serate di lettura davanti al caminetto con il padre accanto e la stanza immersa nell’odore di pipa e di cannella.

Ma poi arriva Dickens a spezzare questa catena di placida abitudinarietà e una serata a lui dedicata nella quale lo scrittore sarà protagonista di letture e racconti.
Il vecchio, grande lettore ed estimatore dello scrittore, decide che l’incontro con il padre di Oliver Twist è ghiotta e imperdibile occasione: inutili le insistenze della figlia che fa leva sulle sue precarie condizioni di salute. Obiezioni che invece avrebbe dovuto seguire: di ritorno dalla notte londinese, fradicio e infreddolito, viene colto da violenti accessi di tosse, accompagnati da una febbre altissima. A nulla valgono le cure della figlia e del medico chiamato d’urgenza; il vecchio Caine muore nel suo letto qualche giorno dopo.
Per Eliza il colpo è durissimo: ormai rimasta da sola, la bolla di affetti e sicurezza che aveva cadenzato le sue giornate si rivela un abisso dentro al quale la giovane donna fa fatica ad affacciarsi. È con questo stato d’animo che decide di rispondere ad un annuncio di giornale nel quale cercano urgentemente un’istitutrice a Gaudlin Hall, nel Norfolk. L’annuncio è piuttosto sommario e a tratti confuso, ma cattura l’attenzione di Eliza che senza troppe considerazioni si licenzia dalla scuola nella quale insegnava, prende le valigie e parte.
E qui il libro entra nel colmo della sua atmosfera: una vecchia casa aggrappata ad una collina ai margini del piccolo villaggio di campagna, due bambini che sembrano già vecchi quali unici abitanti del castello, un segreto che sembra scorrere sottoterra, abitanti silenziosi e diffidenti. E una catena di incidenti mortali che nell’arco di pochi mesi hanno falciato le giovani vite delle precedenti istitutrici.

Una storia di fantasmi come si deve, insomma, che si muove in un contesto tipico ma non banale, supportata da una prosa che per eleganza, cura e ironia ricalca volutamente i romanzi di Jane Austen. Non un romanzo eccezionale, intendiamoci, e nemmeno indimenticabile, lontano dalla bellezza e dal carattere sofisticato delle opere di Shirley Jackson, ma una storia piacevole e ben costruita.
Una lettura estiva, credo si dica così, e per chi, come me, adora le storie di case infestate nell’Inghilterra vittoriana, non c’è alcun buon motivo per perdersi questo libro.
La casa dei fantasmi, narrato in prima persona dalla stessa Eliza, traccia il profilo di una donna, la protagonista, di grande sensibilità e fermezza, fragile ma al tempo stesso decisa e di grande coraggio. Fuori dagli schemi per l'epoca (eppure non grottesca, perfettamente inserita nel contesto in cui vive), cocciuta e risoluta, è capace di ignorare le voci e i suggerimenti che le ronzano attorno; forte della propria solitudine, non si abbassa alla morale comune, intenta a seguire la propria attitudine e sensibilità. Il libro sottolinea anche, senza appesantire la narrazione e senza alcuna velleità di morale o educativa, la bellezza e la forza delle relazioni di affetti, della coerenza portata avanti nonostante tutto e della cura dell'altro non come annullamento di sé ma come rafforzamento delle proprie passioni.

Per approfondire:

L'incubo di Hill House, Shirley Jackson,  Adelphi, 2004


domenica 5 giugno 2016

Razzismo e noismo

Continuano i consigli di lettura su Umanità Nova.
Questa settimana recensisco "Razzismo e noismo"
Ne potete leggere qui